Rapacio Band
Scritto da Redazione il Luglio 29, 2025
Se la creatività fosse un pasto fatto in casa, sarebbe un menù firmato Rapacio Band … o un tartufo al cioccolato… chi lo sa?

Nati nel 2009, anticipano gli One Direction. Se vi domandate che genere musicale facciano vi risponderanno con Barocc’n’ roll: pochi accordi e arzigogoli rarissimi. Non si reputano intelligenti, perché scelgono volontariamente di non applicarsi. Autodidatti, dato che non studiano in nessun ambito. E forse, come dicono loro, si vede e si sente. La loro più grande ispirazione è Pavarotti così come la sitcom di Un posto al sole. L’unica branca in cui sono espertissimi è il riconoscimento della qualità dei tartufi al cioccolato. Hanno dei riti propiziatori prima di salire sul palco, ogni tanto intorno ai tavoli, ogni tanto seguendo la direzione di un manovratore. Polemici sul mondo della musica e avversi contro tutti coloro che prediligono i sentimenti positivi. Si impegnano nella valorizzazione delle arti millenarie del territorio e si nascondono dietro ai grandi nomi della musica, pur essendo fan incalliti di Katy Perry.
1. Da dove nasce il nome della band? Ha un significato particolare? E come è nata l’idea di formare un gruppo?
Il gruppo nasce da un’idea che abbiamo avuto io e il bassista Luca, con il quale ho fatto scuola elementare, medie, liceo, università e vita. Passando così tanto tempo insieme abbiamo deciso, alle elementari, di dar vita a un gruppo, che non dovesse essere necessariamente composto da noi. Avevamo solo otto anni e ci dicevamo: “immaginiamoci un gruppo fatto da uccelli rapaci.” E come si chiama un gruppo fatto da uccelli rapaci? I Rapacio Band, logico no? Una nostra passione dell’epoca erano gli animali predatori e, per un periodo, avemmo questa fase ornitologica che ci portiamo avanti ancora oggi. Con il tempo il concetto di uccelli rapaci è leggermente scemato ma è rimasto il nostro simbolo, ovvero un allocco delle nevi, che è il nostro animale guida. Alle elementari non avevamo ancora degli strumenti veri, suonavamo il portadocumenti con il filo che diventava un basso, le matite che diventavano una batteria. E anziché seguire le lezioni, ideavamo brani.

2. Come è avvenuta l’unione con gli altri membri?
Li abbiamo incontrati nel mezzo del cammin di nostra vita. Lorenzo lo abbiamo scoperto durante la scuola media e come musicista agli arbori del liceo, che è poi il periodo durante il quale è iniziata la fase più puramente strumentale della band. Noi abbiamo imparato a suonare sostanzialmente in funzione della band. Seppur da autodidatti, noi ce ne fustighiamo nelle nostre segrete stanze, ma siamo fieri della nostra traballante preparazione.
3. Come nascono i vostri brani? Qual è il processo creativo dietro alle vostre canzoni pubblicate su Spotify?
“Torri Gemelle” nasce perché noi tre siamo tutti del 2001; abbiamo voluto trovare un elemento identitario che ci definisse come generazione. E cosa meglio del simbolo delle Torri Gemelle? È il nostro primo dramma esistenziale, ancor prima di nascere. Siamo una band che degli psicodrammi ne ha fatto parte della propria carriera. I brani sono stati scritti entrambi da Giorgio, che prima del diciottesimo del nostro tastierista si è fermato davanti a un kebabbaro e ha avuto un’illuminazione. Per quanto riguarda “La cattiveria della Signora Serao”, di base noi siamo fan della cattiveria, dell’odio e dell’acredine, che sono tutti sentimenti che coltiviamo e che vogliamo diffondere. Alla fine, sono sempre sentimenti umani e vanno espressi. C’è da rivelare che “La cattiveria della Signora Serao” è una canzone autobiografica, perché Giorgio si trovava a camminare in una via, ha incrociato lo sguardo di una persona che conosceva e che ha salutato, ma che non ha ricambiato il saluto. E prendendo il nome di questa persona, ovvero Matilde, lo abbiamo collegato a una famosa scrittrice napoletana incredibile e impeccabile, ovvero Matilde Serao, che è finita per diventare il simbolo del male.

4. Come funziona il vostro processo di composizione musicale?
Scriviamo tutto noi, non c’è un metodo definito e ufficiale, dipende dalla persona e dipende dal momento. Una cosa che si vede nei film, e che, secondo me, è errata, è che la persona che compone il brano compone lo stesso identico brano ma più lentamente, come se piano piano lo scoprisse. Noi partiamo da un’idea, che può essere testuale, musicale o armonica e, col tempo la si evolve anche inconsciamente. È una questione di practise, quindi uno alla fine partendo da una melodia, prende uno strumento e ci canticchia sopra. Con il tempo anche il nostro processo creativo è diventato ampio, anche se per anni abbiamo composto una grande quantità di monnezza. Il problema risiede anche nel fatto che l’industria musicale pretende pochi brani da far uscire ogni anno, che richiedono ormai molto tempo, molte sessioni in studio per ogni singolo strumento, e quindi finisce che riuscire a dare a tutti i brani una luce piena è molto difficile. E questo ci ha bloccato per tanti anni; solo ultimamente ci siamo sbloccati dandoci l’obiettivo di pubblicare sempre più brani. Non registriamo in studio, ma a casa, con ausilio di persone che conosciamo e che hanno strumenti migliori, ma tutto rigorosamente in modalità artigianale. È un po’ come la pasta fatta in casa, ci metti tanto amore, magari viene peggio di quella mangiata al ristorante però pensi: “questa l’ho fatta a casa, quindi è meglio”.
5. Chi sono i vostri idoli e quali influenze musicali vi guidano?
Innanzitutto, abbiamo degli idoli: adoriamo delle statuette di argilla di divinità pagane. Poi, abbiamo anche degli idoli musicali, che si mescolano tra di loro, facendo delle lotte fino ad arrivare a un corollario di artisti che ti mandano una linfa e che sommandosi tra loro hanno portato a noi. All’inizio della nostra carriera abbiamo addirittura pensato: “ma se diventassimo una pura cover band dei Beatles?”, anche perché durante i nostri primi live il repertorio dei Beatles era circa l’80% dei nostri set. Abbiamo continuato a mantenere questa peculiarità, portando sempre nei live la “quota Beatles”. Tra le ispirazioni non possiamo non citare Elio e le storie tese, un gruppo che ci ha formato tantissimo, in particolare sul carattere “meme” che si ha condotto fino a qui e sulla goliardia che mostriamo nei nostri show. Interessante per noi è anche Lucio Corsi; ci piacciono gli artisti che la demenzialità la prendono di lato.

6. Che opinione avete degli artisti con un background come il vostro che partecipano ad un talent/gara come Sanremo?
Noi siamo i più grandi fan di Sanremo, buttiamo dignitosamente giù la maschera e ammettiamo che andremmo, anche se ci chiamassero a fare le pulizie del backstage. Mai sdegnare il nazionalpopolare, è fondamentale, e chi dice di esserne contrario è il primo che poi ci andrebbe a gambe levate. È una vetrina musicale che sicuramente è lo specchio della società italiana attuale, che ci dà grandi meme e grandi momenti televisivi. Rispetto per artisti come Elio e le storie tese e Lucio Corsi, che sono andati a Sanremo e hanno portato loro stessi. Noi non siamo tanto per i grandi artisti, i grandi parolieri, i grandi poeti, noi siamo più vicini ad altro.
7. Pensate mai di scrivere canzoni specificamente dedicate a Roma?
Non particolarmente. Nessuno di noi è originario di Roma “pura”, nascondiamo passati da siciliani, campani ed estrema provincia della Capitale. Roma ha una retorica che è quella da sempre, ovvero quella città che ti rende nervoso ma che ami. Noi non siamo adeguati a cantarla, preferiamo far riferimento a posti estremamente specifici, che sono talmente specifici che sono dei non luoghi. Come il tetto della Metro Laurentina e il nostro nono Municipio.
8. Quali sono i vostri progetti futuri? Nuove uscite o concerti?
Stiamo per fare uscire un singolo, probabilmente a settembre, in cui passeremo dal tema aviario al tema ittico, e parlerà di pesci. È un tentativo commerciale di sfondare nel panorama francese, che dai tempi di Carla Bruni c’è stata una mancata presenza di artisti italiani; quindi, noi vogliamo tentare di aprire gli orizzonti anche lì. Fun fact, siamo finiti, malgrado nostro, in una playlist scam che ci ha aumentato gli ascolti ad Helsinki. Per i live, invece, è tutto ancora da vedere.
Se c’è una cosa che i Rapacio Band insegnano è che per fare musica serve molto meno di quello che ci raccontano in giro: un’idea stralunata, qualche strumento (o sostituto fantasioso) e una solida scorta di autoironia. Quanto al resto… Beh, tra colpi di genio esistenziale, ispirazioni fuori dal comune e tentativi internazionali nati per caso, dimostrano che la creatività è imprevedibile.
Articolo di Ilaria Di Santo
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