Un Americano all’estero: dal Wyoming a Firenze fino a San Pietroburgo

Scritto da il Agosto 16, 2025

Una conversazione tra contrasti culturali, connessioni umane e il tramonto di un ottimismo generazionale.

Questa è la storia di Alex, un americano nato e cresciuto nel cuore del Wyoming, lo stato meno popolato degli Stati Uniti d’America. Con appena due abitanti per chilometro quadrato, il Wyoming è un luogo vasto e silenzioso, dove la natura domina il paesaggio. È noto per il Parco Nazionale di Yellowstone, Jackson Hole e la Devils Tower, considerata una montagna sacra per molte tribù native americane e resa celebre anche dal film di Steven Spielberg: Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Lo stato conserva ancora oggi un po’ dello spirito del vecchio West. “Il mio bisnonno era un cowboy”, mi ha raccontato Alex con un sorriso. Ma il suo racconto si concentra sulle sue esperienze all’estero, in particolare in Italia e in Russia. Alex ha studiato storia e ha trascorso un anno a Firenze come studente universitario, immergendosi nella storia dei Medici, di Savonarola e di Machiavelli. Di quell’anno ricorda soprattutto il calore degli italiani, che lo colpì in particolare nei momenti condivisi a tavola.

Condividere i pasti insieme a voi mi ha fatto sentire un calore che non ho mai sperimentato crescendo. Mio padre era medico in una piccola città, e questo significava che spesso doveva uscire all’improvviso. Anche da adulto, ho mantenuto questa abitudine molto americana di considerare il pasto solo come carburante per la giornata”.

Nel contesto familiare in cui è cresciuto Alex, il rispetto per gli altri si esprimeva anche attraverso il cibo, ovvero non si rifiutava mai ciò che veniva offerto.

In Italia è stato difficile”, racconta. “Ogni volta che mangiavo a casa di qualcuno, mi chiedevano se volessi qualcos’altro e non riuscivo a dire di no”. Poi scherza: “Se vivessi in Italia, dovrei correre 10 km al giorno per restare in forma”.

Parlando ancora del nostro paese, Alex riflette:

L’Italia, naturalmente, è un luogo affascinante. Quando ci tornerò, mi piacerebbe passare più tempo sul mare Adriatico. Dicono che sia più tranquillo lì”.

Alla domanda su quale sia il suo piatto preferito, non sa scegliere. Ama la pizza, ma anche la trippa alla fiorentina e il ragù di cinghiale, piatti tipici della Toscana. Una delle cose che più gli manca dell’Italia è camminare all’aperto.

In molte città americane non è facile camminare. E per questo si perde tanto”.

Un’altra cosa molto interessante è che il modo in cui percepiva lo spazio sociale era diverso da quello che, per noi italiani, appare del tutto naturale.

Sono cresciuto in campagna. Per noi, un vicino era qualcuno che abitava in un’altra casa”, ha spiegato. “Vivere circondato da tante persone non è stato facile per me”.

Ripensando a quel periodo Alex racconta: “Ho apprezzato molto stare in Italia. Certo, ero giovane, e la vita è più semplice quando si è giovani. Gli italiani che ho conosciuto erano intelligenti, amichevoli e curiosi. Mi chiedevano sempre cosa mi mancava dell’America. All’epoca rispondevo: la mia famiglia, gli amici e la mia auto. Camminare in Italia mi piaceva, ma a volte hai voglia solo di salire in macchina e andare da qualche parte”.

Oggi, guardandosi indietro, la risposta è cambiata: “Quello che mi mancava di più era l’ottimismo giovanile che c’era in America. Non lo vedevo nei ragazzi italiani. Era difficile trovare lavoro allora, e da quanto sento, non è cambiato molto. Ora provo lo stesso anche qui in America”.

Alex fu colpito da quanto fosse difficile la vita per i giovani italiani.

La nostra conversazione si è poi spostata sulla sua esperienza in Russia. Secondo lui, per certi versi, Russia e Stati Uniti si somigliano.

Siamo entrambi paesi con grande diversità etnica e religiosa. E abbiamo enormi differenze geografiche tra montagne, deserti e foreste”, commenta.

Alex ha girato molto la Russia, è stato a Mosca, San Pietroburgo, Kazan, Samara e Omsk.

Vivere a San Pietroburgo è stato molto interessante”, dice. “Fu progettata da Pietro il Grande per essere una capitale europea moderna per l’Impero Russo. I suoi canali mi ricordavano Amsterdam. E camminare nei luoghi dove visse Dostoevskij, o dove scoppiò la Rivoluzione Russa, è stato incredibile. Secondo me, quell’evento è stato il più significativo del XX secolo”.

Sappiamo che i russi sono molto riservati in pubblico e Alex spiega:

Con la loro storia, è comprensibile. Ma una volta che ti conoscono, possono essere incredibilmente socievoli”. Alex ha vissuto in Russia in un periodo relativamente sereno nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. “Sicuramente la politica ha cambiato le cose da allora”. Ciononostante, qualcosa lo lasciò perplesso:

Anche in Russia c’era questo senso di rassegnazione. Le persone sembravano accettare che le cose non sarebbero cambiate. All’epoca, con il mio ottimismo americano, faticavo a capirlo: se vuoi migliorare qualcosa, basta lavorare sodo. Ma ora, dopo quello che è successo negli USA con Trump, mi chiedo se forse il loro punto di vista fosse più realistico del mio. Qui da noi si è diffuso un pessimismo cupo, difficile da combattere”.

Il legame con la guerra si è fatto poi più personale quando ha conosciuto sua moglie ucraina. Alex ha vissuto in Russia per sette anni, non in maniera continuativa, infatti nel 2014 era già rientrato negli Stati Uniti.

Avevo in programma di tornare, ma ho annullato il viaggio. Non volevo essere lì all’inizio della guerra”.

Quando gli ho chiesto per quale motivo non ha proseguito il suo lavoro da storico, ha risposto:

Ci sono state molte ragioni. Era difficile trovare un lavoro accademico ben pagato. Ero stanco di preoccuparmi sempre per i soldi”. E ha aggiunto, con sincerità: “E poi volevo ricominciare da capo”.

Oggi Alex non fa più lo storico, ma il modo in cui parla dei paesi, delle persone e delle culture mostra che la sua curiosità e la sua profondità non si sono mai spente, si sono solo trasformate con il tempo.

Attualmente vive a Denver, in Colorado, e lavora come avvocato.

Mi piace vivere qui”, spiega, “è una città accogliente per la mia famiglia e per tante altre persone. Non è diversificata come New York, Los Angeles o Chicago, ma è comunque piacevole. Davanti casa c’è un gruppo di persone che gioca a cricket. Mai avrei pensato, un giorno, di vedere una cosa del genere”.

Condividere i pensieri di Alex può aiutarci a riscoprire aspetti della nostra cultura che spesso diamo per scontati, come il modo in cui ci riuniamo a tavola, e ci permette di guardare le cose con occhi diversi. Spero che questo articolo possa ricordare ai lettori che ogni paese ha una sua cultura, e merita di essere accettata per ciò che è. Oggi il mondo tende a seguire sempre più una politica chiusa e cieca nei confronti del prossimo. È difficile credere che le persone si fidino ancora l’una dell’altra. Molti si sentono stanchi, delusi, come se niente potesse davvero cambiare. Eppure, anche in tempi duri, forse possiamo ancora aggrapparci a qualcosa, magari non all’ottimismo ingenuo di una volta, ma a un desiderio silenzioso e condiviso di non arrendersi. Un desiderio di credere, ancora, in qualcosa di diverso e migliore. Ogni luogo ha le sue contraddizioni, i suoi sogni e le sue delusioni, ma nonostante tutte le differenze, qualcosa ci unisce sempre: dopotutto viviamo nello stesso pianeta. E forse, proprio da questo semplice fatto che possiamo ricominciare.

Questo articolo proviene dalla newsletter Voices Along The Way su Substack, tradotto e adattato in italiano dall’autore stesso.

Articolo di: Andrea Angelucci

 

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