Tales From The North: una conversazione con Enrico Giudici

Scritto da il Marzo 6, 2026

Era un pomeriggio di febbraio, l’aria fuori era abbastanza calda per essere ancora inverno, quasi già primaverile. Intanto il mio telefono squillava dall’altra parte del mondo, verso il Nord, verso l’Islanda, dove lì, in quel momento nevicava, avevo saputo da Enrico.

Enrico è l’autore di Tales From The North, un progetto che racconta il Nord Europa attraverso viaggi e folklore. Gli domando come abbia preso forma questa esperienza.

«È iniziata intorno alla fine del 2016», mi spiega. «In quel periodo c’era tanta insoddisfazione, perché non avevo scelto il percorso di studi giusto. Come tante persone, ho vissuto quel momento in cui devi scegliere l’università e fare i conti con la vita reale: non sempre scegli ciò che vuoi, spesso scegli ciò che devi. C’è stato un compromesso, come spesso accade, ma quel compromesso non funziona: alla fine, ci si ritrova a inseguire ciò che si voleva fare dall’inizio».

Nei primi tempi i suoi viaggi erano piccoli: una settimana, due, tre, sempre nei modi più improvvisati, perché i soldi erano pochi. Campeggio, autostop, mezzi di fortuna. Con il tempo, però, arrivò la consapevolezza: in quei luoghi si sentiva a suo agio, voleva passarci più tempo possibile e imparare quanto più poteva.

Il passo successivo, mi racconta, è stato l’acquisto impulsivo della macchina fotografica, sempre tra il 2017 e il 2018. Erano i primi anni di Instagram, almeno in Italia. «Se dicevo alle persone “voglio andare in giro a raccontare storie”, mi avrebbero preso per matto. Ma se lo facevi con le fotografie, funzionava meglio. Le foto erano belle, e le persone potevano condividerle e supportare quello che facevo».

Instagram in quel periodo, stava già superando Facebook tra i giovani. C’erano le prime storie di chi, grazie ai social e alle immagini, riusciva a dare una svolta alla propria vita.

«Non mi aspettavo che succedesse lo stesso a me», continua Enrico, «ma raccontare i viaggi attraverso le fotografie riduceva il rischio che qualcuno dicesse che stavo sprecando tempo. C’era qualcosa di concreto: la foto, l’immagine. E quei posti non li puoi fotografare male. Anche se non sei un fotografo, la bellezza viene da sé. È così che è arrivata la macchina fotografica».

Per Enrico, viaggiare in quei luoghi e scoprire che la realtà superava di gran lunga le aspettative idealizzate non fece altro che alimentare la sua passione. Arrivare in questi posti, spesso in modo quasi casuale o impulsivo, lo mise di fronte a condizioni estreme, come le giornate invernali brevissime, consolidando la sua ricerca personale di ciò che definisce “il Nord”.

Enrico frequenta la laurea magistrale in antropologia in Islanda, dedicando circa il 60% del suo tempo ad attività di ricerca, oltre a seguire un programma di studi polari in Norvegia. Lavora anche per un progetto in Groenlandia, per questo motivo non posso non chiedergli di come percepisca la situazione lì.
«La Groenlandia è un caso politico», risponde Enrico, «come lo è tutto l’Artico. Quando si osserva l’Artico, ci sono due tendenze principali».

«La prima è ottimistica», continua, «ed è quella che emergeva 10-15 anni fa: l’Artico veniva visto come un’area stabile, che nonostante le tensioni nel resto del mondo, rimaneva uno spazio di cooperazione, ha un termine ben preciso si chiama: “eccezionalismo artico”».

«La seconda tendenza», aggiunge, «è più realista: prendere atto che l’Artico è come un Far West. Non esistono strutture forti che ne gestiscano la sicurezza, per cui la regione rischia di diventare al centro dei conflitti mondiali». La realtà, spiega, sta nel mezzo. «L’Artico sta diventando più importante, il traffico nella regione sta aumentando, e le strutture che abbiamo per gestire i rapporti di potere sono insufficienti. Bisogna fare qualcosa in questa direzione».

Il cambiamento principale riguarda lo scioglimento del ghiaccio artico, che comporta un aumento del traffico, non solo commerciale, ma anche scientifico. «Può trattarsi di misurazioni, di ricerca o di monitoraggio del cambiamento climatico, ma può anche esserci un traffico negativo, perché le informazioni raccolte dai dati possono essere usate per scopi militari».

«Il punto è che una parte del mondo che era chiusa, diventa improvvisamente aperta», dice Enrico. «La Groenlandia è diventata un caso politico, perché il clima sta cambiando».

Ad un certo punto del dialogo ci soffermiamo sulle storie che più l’hanno colpito durante i suoi viaggi: molte delle quali sono raccolte nel suo libro: “Oltre il 62° parallelo – Atlante delle terre boreali”. Non ha però potuto includere l’esperienza che lo ha segnato di più: la visita presso la Base Artica Dirigibile Italia, situata a Ny-Ålesund sulle isole Svalbard. Le parole dei ricercatori lo hanno colpito profondamente: “Quello che succede ai poli, non resta ai poli”.
«Non riguarda solo il clima», spiega, «ma anche le implicazioni politiche e umane. Viviamo in un mondo interconnesso, e ciò che succede in Artico ha effetti sul resto del pianeta». Poi aggiunge qualcosa che riflette il cuore del suo progetto: «Questa è una delle storie di cui vorrei parlare meglio. È qualcosa che cerco di trasmettere nei miei viaggi e nel progetto, ma che finora non ho ancora trovato il canale giusto dove poterlo raccontare.”

Proseguendo sulla Groenlandia, Enrico approfondisce un aspetto spesso trascurato dai media: la rappresentatività dei groenlandesi stessi. «Quando si parla della Groenlandia come caso politico», spiega, «tutti i giornalisti vanno a Nuuk, la capitale, e la città viene assediata dai media. Ma se vuoi capire cosa pensano davvero i groenlandesi, devi andare oltre: il groenlandese che vive a Nuuk non rappresenta l’intera popolazione».

Durante le sue ricerche, Enrico si è spostato in realtà più piccole. «Di base sono a Ilulissat, una città di circa 5 mila abitanti: moderna, con decine di alberghi, un supermercato, una caffetteria. Ma se ti allontani di 45 minuti in motoslitta, arrivi a Oqaatsut, un piccolo insediamento di circa 43 persone. Lì tutto è concentrato: una persona ti fa da guida e ti mostra il villaggio, indicando un edificio e dicendo “questa è la casa, questa è la scuola, questo è il magazzino”, tutto in un unico edificio. Poi punta un altro edificio e dice “questa è la casa dei servizi”, con docce, un tavolo da ping pong, una piccola palestra». Enrico sottolinea quanto sia importante che per capire cosa pensa un groenlandese bisogna parlare sia con chi vive a Nuuk, la città più popolata, sia negli insediamenti più piccoli. Solo così si ottiene una visione completa. Poi c’è da considerare anche l’età: i giovani naturalmente hanno opinioni diverse, così come contano lo stile di vita e il ceto sociale.

Enrico vive ormai in Islanda da sette anni e, oltre ai viaggi e alla ricerca sul campo, è molto profondo il suo legame con la lingua islandese. «Ho tante parole islandesi che mi piacciono», dice. L’islandese, spiega, ha la tendenza a creare parole composte, che condensano concetti complessi in un unico termine. Ad esempio, la parola crepuscolo: Ljósaskipti, che in islandese significa letteralmente “cambio di luce”.

«Non avevo mai pensato al crepuscolo come a un cambio di luce», riflette. «E questa idea, così radicata nell’approccio di una lingua che usa parole composte, ti porta in un certo senso a guardare le cose in modo diverso».

Esplorando il blog di Tales from the North tra i personaggi che più hanno affascinato Enrico, è sicuramente Gestr, un viandante cantastorie della mitologia norrena. In seguito a una maledizione il suo destino è legato fin dalla nascita da una candela: la sua vita finirà quando questa si consumerà. Per questo Gestr la conserva con cura viaggiando di posto in posto e raccogliendo storie di vite e leggende che altrimenti verrebbero perdute nel tempo.

Leggendo di Gestr e ascoltando Enrico parlare dei suoi viaggi, ho percepito un parallelismo evidente: come Gestr custodisce la sua candela e le sue storie, così Enrico custodisce esperienze, parole e incontri. Ogni conversazione, ogni scoperta sul Nord, ogni parola islandese che ama, diventa un piccolo frammento di ciò che desidera raccontare. Non si tratta solo di osservare o documentare, ma di entrare in contatto con le persone che rendono un posto speciale. Come Gestr, Enrico raccoglie storie, le mette in ordine nella sua mente e le restituisce con cura e passione. E io, ascoltandolo, mi sento un po’ come un ospite di quel racconto più grande, testimone di un Nord affascinante, ma allo stesso tempo così fragile e complesso.

 

Articolo di Andrea Angelucci

 

 


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