Fabri Fibra “Mentre Los Angeles brucia”
Scritto da Redazione il Luglio 14, 2025
L’undicesimo capitolo della carriera discografica di Fabri Fibra, intitolato Mentre Los Angeles brucia e pubblicato il 20 giugno 2025, è un’opera stratificata e riflessiva, capace di coniugare melodie invasive e liriche potenti. È un’immagine potente, metafora di un mondo in fiamme mentre noi restiamo ancorati alla normalità, indifferenti e assuefatti alla distruzione.
Il disco nasce da un’esperienza creativa lontano da casa: Fibra si trasferisce a Santa Monica due anni fa, lavora con Chef P, viene sorpreso da una tempesta che protrae il soggiorno e lo costringe a riflettere, isolandosi tra beat e testi. Tornato in Italia nel 2025 si chiude in studio per mesi, perfezionando ogni dettaglio, fino a forgiare un mosaico coerente e curato in ogni sfumatura. Filo conduttore del disco è la presa di coscienza: dalle esplosioni personali all’attenzione verso emergenze collettive; dalla critica alla fuga nella superficialità e al ribellarsi ai modelli imposti. In tutto questo, le campionature non sono esplicite ritornelli musicali del passato – come nel progetto precedente Caos – ma trovano espressioni sottili, come nella voce evocativa di Guccini e nei toni di De Simone. Il risultato è un impasto ibrido: rap, indie, pop, e un che di cantautorale.
Ma partiamo dal passato per apprezzare meglio il presente. Il percorso artistico consolidato di Fibra giunge qui a una maturazione inattesa. La sua storia artistica è il percorso, spesso accidentato e mai lineare, di un outsider diventato voce irrinunciabile del rap italiano. Fabrizio Tarducci, nato nel 1976 a Senigallia, nelle Marche, inizia il suo viaggio musicale nei primi anni Novanta. Si affaccia al mondo dell’hip hop come writer e MC nella scena underground marchigiana, in un’Italia ancora largamente disinteressata alla cultura hip hop. I primi esperimenti risalgono al collettivo Uomini di Mare, con DJ Lato, con cui pubblica Sindrome di fine millennio nel 1999, un lavoro pionieristico, grezzo e visionario che già conteneva elementi dello stile che lo avrebbe reso celebre: testi spietati, flow diretto, disincanto sociale.
Nel 2002 arriva il suo primo disco da solista, Turbe Giovanili, prodotto da Neffa. È un progetto ancora acerbo ma rivoluzionario per l’epoca: la produzione pulita, l’approccio cantautorale ai testi e il tono quasi narrativo lo distinguono immediatamente. Nonostante l’iniziale accoglienza timida, quel disco diventa nel tempo un cult. Ma è nel 2004 che Fibra compie il primo vero strappo con l’underground e si impone all’attenzione di tutti con Mr. Simpatia, un disco autoprodotto, ruvido, provocatorio, privo di filtri. L’album contiene alcuni dei versi più controversi mai scritti in italiano: rabbiosi, misogini, nichilisti. Fibra interpreta il disagio sociale e personale come nessuno aveva fatto prima, parlando di depressione, provincialismo, isolamento, violenza verbale e mediatica. Mr. Simpatia non è solo un successo: è un terremoto culturale.

Nel 2006 firma con Universal e pubblica Tradimento, l’album che consacra Fabri Fibra nell’Olimpo del mainstream. Brani come Applausi per Fibra, Mal di Stomaco e Idee Stupide entrano nell’immaginario collettivo. Ma il successo non lo addolcisce: mantiene uno stile crudo, una critica feroce alla società italiana e all’ipocrisia del sistema musicale. Questo passaggio al mainstream però gli costa l’allontanamento da parte della scena underground, che lo accusa di essersi “venduto”. Lui, invece, dichiara che Tradimento è l’unico modo per portare il rap italiano a un pubblico più vasto.
Seguono Bugiardo (2007) e Chi vuole essere Fabri Fibra? (2009), due album che consolidano la sua figura pubblica e aumentano le polemiche attorno a lui. Bugiardo contiene il tormentone In Italia con Gianna Nannini, un brano che fa scuola nella contaminazione tra rock e rap, mentre Chi vuole essere Fabri Fibra? è un concept sulla costruzione dell’identità, sul prezzo della fama e sulla manipolazione mediatica.
Nel 2010 arriva Controcultura, uno dei dischi più politici e diretti della sua carriera. La critica alla società italiana, all’ignoranza mediatica, alla televisione trash e al razzismo dilagante viene portata avanti con una scrittura più matura. È il periodo di Tranne te, singolo iconico che sfonda anche in ambito commerciale, grazie a un beat incalzante e una struttura ipnotica.
Nel 2013 pubblica Guerra e Pace, un album più introspettivo e complesso, quasi filosofico, in cui collabora con beatmaker europei come Dot da Genius e Yakamoto Kotzuga. È un disco meno immediato, ma fondamentale per capire l’evoluzione artistica del Fibra adulto: più riflessivo, meno reattivo, pronto a indagare anche i propri limiti.
Dopo una pausa, nel 2015 pubblica Squallor, un album distribuito a sorpresa, digital only, senza promozione. Il progetto è cupo, sperimentale, e presenta collaborazioni con nomi di spicco (come Clementino) e una forte spinta verso l’elettronica e il sarcasmo amaro. È il disco del distacco: Fibra guarda dall’alto e si isola, lancia invettive ma sembra anche più solo che mai.
Nel 2017 esce Fenomeno, che segna una sorta di ritorno alla forma classica, con un equilibrio tra mainstream e contenuto. Torna con rime dirette ma con una nuova consapevolezza. Il disco è molto vario: alterna tracce da club a brani profondamente personali come Ringrazio, dove si confronta con la madre e con il fratello Nesli, con cui ha avuto per anni un rapporto teso.
Nel 2022 pubblica Caos, un album che suona quasi come un bilancio. Fibra recupera elementi dal passato – il sarcasmo, il tono cinico – ma li fonde con una scrittura più compassata, dolorosa, matura. Collabora con artisti giovani come Madame, Colapesce Dimartino, Marracash e Franco126, mostrando la sua volontà di dialogare con le nuove generazioni senza snaturarsi. Caos è un disco personale, in cui si parla anche di salute mentale, burnout e isolamento, ma con una voce meno urlata e più pensante.

E così si arriva al 2025, con Mentre Los Angeles brucia, un lavoro che non è “l’ennesimo disco”, – come qualcuno potrebbe affermare –, ma una dichiarazione d’intenti artistica e personale. Fibra non ha più bisogno di gridare per essere ascoltato. Ha vissuto l’eccesso, il rifiuto, la gloria, l’isolamento. Ora scrive come un uomo che osserva il mondo mentre crolla, ma senza retorica, senza isteria. È l’opera di un artista che, senza smettere mai di essere contro, ha imparato anche a essere dentro. Dentro il dolore, dentro la memoria, dentro la realtà. Nel complesso, la storia di Fabri Fibra è quella di un artista che ha accompagnato – e spesso anticipato – i cambiamenti del rap italiano, passando dall’essere emarginato a punto di riferimento. È riuscito dove molti hanno fallito: evolversi restando credibile, cambiare linguaggi mantenendo uno stile inconfondibile. E mentre tanti si accontentano di stare al passo con le mode, lui continua a scrivere la sua storia. A modo suo. Mentre Los Angeles brucia è un lavoro che conferma Fibra come artista in continua evoluzione, capace di misurarsi con le proprie fragilità e quelle del mondo. Non è solo ascolto, ma stimolo alla riflessione: cosa facciamo noi, mentre tutto brucia? Un disco attento alle ombre del presente ma proiettato verso la speranza di un cambiamento. Un pezzo importante nella discografia di un artista che continua a pronunciare parole urgenti e necessarie. Emerge un ritratto decisamente più profondo e umano di Fabri Fibra, anche grazie ai suoi interventi recenti, rilasciati in occasione dell’uscita dell’album e del tour. In una lunga chiacchierata con Linus e Nicola Savino a Deejay Chiama Italia, il rapper ha raccontato la verità dietro molte scelte del disco: innanzitutto l’apertura con il sample di L’avvelenata di Francesco Guccini, una canzone che aveva già “incrociato” nella sua vita e che lo rispecchiava profondamente. Fibra ha spiegato di aver contattato personalmente Guccini per chiedere i diritti e di essersi emozionato alla risposta del cantautore, impegnato socialmente e vicino al rap italiano: “L’avrò ascoltato almeno otto volte, ero emozionatissimo” Questa operazione simbolica non è una pura citazione, è un incipit poetico che racchiude l’identità di un artista vero e vulnerabile in un sistema che tende a marginalizzare chi non si piega. L’ispirazione decisiva per il titolo viene definita dallo stesso Fibra come una frase che “lo perseguitava”: mentre mixava le tracce, incappava continuamente nei titoli dei telegiornali “mentre Los Angeles brucia…” e ha capito che quello era il tema centrale – distacco collettivo, indifferenza mediatica, apatia quotidiana. Nel corso dell’intervista a Billboard Italia, Fibra ha definito il sample di Guccini come “una bella dichiarazione di intenti”, affermando che l’idea è nata in studio da Zef, che gli ha fatto ascoltare la frase: “‘io canto quando posso, come posso, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso’ mi riguarda tantissimo”. Il rapper ha raccontato di essersi riconosciuto totalmente in quella conseguenza di non voler aderire alle regole imposte, né dal mercato, né dalla società, ma di sentirsi allo stesso tempo vittima di un sistema – “schiavo dei numeri, dei risultati”.
Il rapporto con i featuring è stato meditato: in particolare il duetto con Tredici Pietro in Che gusto c’è nasce da una reciproca stima e una vibrazione condivisa, una “fame” musicale che si è concretizzata in studio. Fibra ha sottolineato che ha scelto pochi featuring “giusti”, non per strategia commerciale, ma per dare senso narrativo all’album. Un altro momento toccante è la traccia Mio padre, la cui genesi – come ha spiegato nella stessa intervista – è l’elaborazione di un rapporto con il padre scomparso nel 2023, una figura fatta più di assenza che di presenza, che rimane “simbolica” e dolorosa. Questa confessione individuale si affianca alla riflessione generale sul conflitto tra vita privata, sociale e gli ideali in cui Fibra si muove.
Se lo chiedete a me, Tutto andrà bene è la traccia che stavo aspettando. Non è solo una canzone ma una scossa emotiva. In un momento in cui la musica suona vuota, Fibra sceglie di raccontare qualcosa che pesa, che fa male, ma che ha bisogno di essere detto. Questo brano è lo specchio di una realtà che spesso preferiamo evitare. Un testo che può dare forza a tutti i Marco e tutte le Anna, a tutti coloro che si sentono giudicati e persi. E chi non l’ha vissuto, potrà capirlo, sentirlo, parlarne. È un brano per chi ha vissuto l’incomprensione, il dolore nascosto. Nato per chi ha bisogno di sentirsi meno solo, per chi cerca sempre un motivo per restare.
Il Festival Tour 2025 di Fabri Fibra è partito da Trento con una scelta ben precisa: la data zero si è tenuta il 3 luglio al Trento Live Fest, una sorta di anticipazione ufficiale del tour vero e proprio, prima del debutto nazionale al Circo Massimo di Roma il 7 luglio. In queste esibizioni risalta la scaletta, che intreccia con sapienza passato, presente e futuro del suo repertorio, scenografie essenziali e un sound tagliente, fedele all’atmosfera intensa e riflessiva dell’album. Fibra stesso in vari contesti ha osservato che “vedere la gente ai concerti è magico”, una dimensione in cui sente di non essere più “schiavo dei numeri” ma di condividere qualcosa di autentico.

Vi assicuro che il concerto di Fabri Fibra al Circo Massimo non è stato solo un evento musicale: è stato un’esperienza intensa, quasi viscerale, in cui si è condensata tutta la traiettoria di un artista che ha attraversato decenni, polemiche, silenzi e rivoluzioni. L’aria era elettrica già ore prima dell’inizio, con la folla che si raccoglieva sotto il sole romano in attesa di un appuntamento storico: non capita spesso di vedere un rapper solista occupare quello spazio, tanto più uno che è partito dalle cantine dell’underground marchigiano. In quel luogo, normalmente consacrato ai grandi concerti rock o pop istituzionali, la presenza di Fibra era una dichiarazione d’esistenza del rap italiano nella sua forma più autentica. Nessuna nostalgia forzata, nessun effetto speciale: solo parole, ritmo e una voce che negli anni ha imparato a fare silenzio quando serviva e a colpire quando era necessario. L’atmosfera era a metà tra la festa collettiva e un rito di passaggio. Il pubblico – eterogeneo, generazionale, dalla provincia ai centri storici – rispondeva a ogni accenno, a ogni sillaba. L’energia che si propagava dal palco era controllata, chirurgica, ma a tratti sembrava pulsare direttamente dalle viscere. Ogni brano non era solo esecuzione, era una scena, una memoria condivisa. Quando cantava pezzi più intimi, la folla rallentava, ascoltava. Quando saliva la tensione, il prato diventava un’onda compatta. Non si trattava di un artista che cercava approvazione, ma di qualcuno che ti parlava come se fosse lì da sempre – e lo era, in effetti. Quello che colpiva di più non era la maestosità della produzione, che anzi era sobria e funzionale, ma la forza delle parole. Sentirle rimbombare tra le mura antiche del Circo Massimo dava loro un peso diverso. Era come se ogni barra scolpisse una ferita sulla superficie levigata di una Roma turistica, riportandola al presente, al disagio, alla rabbia, ma anche alla lucidità di chi ha capito cosa significa restare coerenti. E in certi momenti, quando abbassava il tono, guardava il pubblico e lasciava sospesa una pausa, si avvertiva una complicità rara, come se quella sera si stesse compiendo qualcosa che andava oltre il concerto: la restituzione di una verità. C’erano anche momenti di leggerezza, certo, ma erano sempre in funzione del racconto. Quando ha detto “Mentre Roma brucia”, stampato anche sulla sua maglietta, non era solo un gioco di parole: era una fotografia. Quella di una città e di un Paese che troppo spesso accetta di bruciare lentamente, senza reagire. Eppure, lì, sotto quel cielo acceso, tra migliaia di voci che si univano come un’unica eco, si avvertiva la possibilità di risvegliarsi. Per qualche ora, il tempo si è fermato. E Fabri Fibra, con trent’anni di parole sulle spalle, ha dimostrato che il rap, quando è autentico, non ha bisogno di effetti: basta un microfono, e la verità.
Articolo di Ilaria Di Santo
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