Bird & Paternal Leave. Raffronto su cinema di padri, di viaggi, di figli.
Scritto da Redazione il Maggio 21, 2025
“Che facciamo stasera?” è una domanda che – serata libera permettendo – gravita spesso all’infinito, si smarrisce, si confonde e ci confonde ogni volta che siamo anche solo tentati di porla a noi stessi, al proprio partner, agli amici e via discorrendo.
Rimanere a casa, uscire e bere qualcosa, dormire, “cinema o pizza?”
Raffronti e combinazioni si sprecano, come “pizza e cinema”, ma, siccome qui non si parlerà di pizza – e ammettendo che siate tipi con pochi soldi o dalle decisioni nette, quindi “o pizza o cinema”, e che tra i due preferiate una buona storia a una margherita – , ciò che vi verrà proposto è proprio un raffronto tra due film, usciti a poca distanza l’uno dall’altro, ancora entrambi presenti in sala e che, seppur con modalità e risultati differenti, tenteranno entrambi di dirigere la vostra attenzione verso i tortuosi terreni dell’infanzia, della crescita e, soprattutto, dei molteplici tipi di rapporto con le altrettanto molteplici e ambigue facce della figura paterna.
Quindi, tra rimanere a casa ed uscire avete scelto uscire; tra pizza e cinema avete scelto il cinema, e tutto d’un tratto vi siete detti «ma sai che c’è? Se stasera ho voglia di uscire è perché, probabilmente, sento l’impellente bisogno di misurarmi con un’esperienza che rischi di far riaffiorare in me antichi e problematici pensieri sepolti verso mio padre…relax!»; quindi ora non resta che l’ultima scelta: Bird o Paternal Leave?
Bird è una co-produzione britannica e francese, realizzato e distribuito nel 2024 e arrivato nelle nostre sale in questo 2025 dopo la recente partecipazione al Festival di Cannes, dove ha concorso per la Palma d’oro. La regia è dell’inglese Andrea Arnold che, a partire dalle periferie della sua nativa Kent (nel sud-est di Londra), ha saputo col tempo fare di una delle massime croisettes del cinema la sua seconda casa. La scorsa edizione di Cannes ha infatti rappresentato per la Arnold la sua quarta partecipazione, la sua settima nomina per un riconoscimento tra i più ambiti – anche se non vinto – a fronte, invece, di tre premi della giuria conquistati nel 2006 per Red Road, nel 2009 per Fish Tank e nel 2016 per American Honey. La regista che nel 2021 – col magnifico e sorprendentemente coinvolgente documentario Cow – s’è voluta spingere a raccontare le giornate di una qualsiasi mucca, vanta nel suo palmares anche le regia della seconda stagione di Big Little Lies (premiata con l’Emmy alla miglior miniserie), un premio al miglior contributo tecnico e fotografico al Festival di Venezia nel 2011 (Cime Tempestose) e un Oscar al miglior cortometraggio, arrivato nel 2005 con quello che forse è ancora il suo vero capolavoro, ossia Wasp.
Sono tante informazioni, sì, ma utili ad evincere due cose: più in generale, diciamo, è da supporre che la Arnold ci sappia fare, poi, più nello specifico, e per chi ne conoscesse un po’ l’opera, a partire da Wasp, la constatazione di una tendenza ed un interesse costanti in un racconto “dal basso verso l’alto”. Dagli slums (quartieri proletari e periferie più o meno malfamate di Bretagna) alle periferie degli States sino agli allevamenti animali, i fotogrammi si montano lungo parabole feroci e dinamiche che, pur con la concessione spettatoriale del sogno e della speranza, innalzano la realtà di certi luoghi senza la bugia di volerla agghindare, piuttosto la si spiega, la si accetta e si impara ad apprezzarne ciò che di umano si cela tra le grinze di quello che, d’impatto, ci appare come il muso rabbioso di un cane che ringhia, abbaia e ci mostra i denti per sopravvivere.
Nel raccontare la piccola storia di Bailey (Nykiya Adams), dodicenne residente in una casa occupata abusivamente nel nord di Kent, assieme al giovane padre Bug (Berry Keoghan) e al fratello Hunter (interpretato da Jason Buda e nato dalla relazione di Bug con un’altra donna), la Arnold inserisce qua e là elementi fantastici, onirici, mitologici, quasi distraenti da quel sostrato di vite campate alla giornata e auto-affermazioni violente che la macchina a mano – con tutte le imperfezioni della pellicola e la splendida fotografia naturale di Robbie Ryan – avevano inizialmente dipinto come tratti di rabbia e fuga, sino ad un’accettazione che pare resistere in bilico tra fine e speranza. Di fatti Bug sta per risposarsi, Bailey non lo accetta e fugge dal padre che, tra scatti d’ira e suppliche, la prega di esserci e di indossare l’orribile abito da damigella ad un matrimonio che significa per lui una nuova famiglia e un nuovo futuro, pagati con i ricavi di un rospo che – come Bug ha visto su un video online – se messo ad ascoltare “la giusta musica” dovrebbe produrre un muco rivendibile come droga. Hunter ha un gruppo di amici con cui organizza spedizioni punitive nelle case del quartiere in cui cattivi uomini compiono violenze su donne e bambini, impartendo lezioni di una altrettanto smodata violenza, a cui Bailey non è invitata ma a cui assiste forse fin troppo, sino a pensare di organizzarne nei confronti dell’uomo che bracca sua madre e le sue tre sorelline. Ed è proprio nella fuga da una di queste “spedizioni” che fa l’incontro del misterioso Bird (Franz Rogowski), misteriosa leggiadra sgraziata inquietante eppur dolcissima creatura. A passo di danza e saltelli sussurra con la dizione incerta, guarda con gli occhi attenti e spaesati sopra al naso largo e schiacciato, sopra il labbro leporino dell’inconfondibile attore tedesco che gli presta il volto: da subito estraneo seppur nato lì, dimentico di tutto il suo passato e con la strana abitudine di comparire sui tetti degli alti palazzi sgangherati di Kent (e anche di notte, e anche, parrebbe, senza vestiti), lui cerca suo padre mentre Bailey fugge dal suo; lei lo porta con sé giù nelle strade mentre lui la porta in alto, al di sopra di tutto e tutti mentre, oltre a tutto ciò che già s’è detto, nella vita della ragazza s’affaccia il primo ciclo mestruale.
Se la piccola protagonista di Bird si perde in un luogo a lei familiare, gradualmente straniato tanto dalle alterazioni emotive del padre e del fratello, quanto pure da quelle bizzarre e metafisiche dell’arrivo del perturbante Bird; qualcosa di simile avviene alla quindicenne Leona (Juli Grabenhenrich), o “Leo”, protagonista di Paternal Love, esordio alla regia dell’attrice tedesca Alissa Jung, interprete televisiva di svariate “Squadre speciali” in patria e qui alla sua prima esperienza in lungometraggio dietro la macchina da presa.
Paternal Leave è la storia di Leo, appunto, teenager tedesca in rotta con la madre che, venuta a conoscenza dell’identità del padre che l’abbandonata – anche qui, come per il rospo di Bug, tramite un video online – intraprende un viaggio alla ricerca dell’uomo che per lei non c’è mai stato, tale Paolo (Luca Marinelli), in un’Emilia Romagna marittima e invernale, insondabile nella fissità della bassa stagione che, seppur priva di turismo balneare, conserva nei suoi abitanti un livello di inglese da mettere a rischio la sussistenza di ogni scuola di certificazione di lingua.
Se, come detto, questo film differisce da Bird per una fissità della resa scenica che si vorrebbe molto più riflessiva, contemplativa – rispetto alla foga d’azione e alle inquadrature in corsa o saltellanti del film della Arnold -, ad accomunarli troviamo il tema di una memoria d’infanzia assente, e in questo caso impossibile nei confronti di un padre colto dalla figlia nella totale stasi, in cerca di una sua ripartenza e, anche lui, imbrigliato nei tentativi di stabilire un suo nucleo in Italia. Paolo ha infatti una moglie e una figlia piccola, c’è un qualcosa che li ha divisi e, nel tentativo di riavvicinarvisi, accetta la presenza della figlia Leo pur imponendole un distacco, fino a fingere di non conoscerla nel momento del contatto con la nuova moglie e la nuova figlia.
Tra i vari peregrinaggi romagnoli di Leo, personaggio la cui scrittura si rivela incapace, per profondità, di reggere effettivi momenti narrativi o enfatici – cosa delegata più spesso all’ottima e complessa interpretazione di Marinelli, o ai freddi e distanti orizzonti della fotografia di Carolina Stone Crusher -, facciamo la conoscenza di Edoardo (Arturo Gabriellini). Il ragazzo, impiegato al minimarket di famiglia, eccessivo nella mimica e nella gentilezza al limite del fastidioso e del cliché, in fuga dal padre che ama nonostante lo picchi per una supposta omosessualità, e armato del suo C1 certificato al Cambridge Institute (un po’ come tutti evidentemente in quei luoghi), offre a Leo lo stesso aiuto, la stessa compagnia, lo stesso scambio di vedute ed esperienze che in Bird si scambiano Bailey e l’uomo misterioso. Edoardo accoglie e accompagna la piccola straniera lungo un percorso di riflessione sul padre che, purtroppo, nel film sì avviene, ma senza che ne risultino troppo chiare o sensate tanto le tempistiche quanto le dinamiche.
In definitiva, abbiamo due film, due romanzi di formazione (coming of ages per chi ama gli inglesismi), due ragazzi, due ragazze e quattro padri: due abbandonano per incertezza e due tengono i figli vicini, sotto l’ambiguo e inestricabile giogo di un più o meno evidente amore, ma anche, purtroppo, di una altrettanto evidente violenza.
A conti fatti, a temi oramai messi in luce e accomunati, certe cose come questa – anche se non recensioni – , quasi sempre necessitano di un verdetto, di un consiglio più evidente di quello che di certo un attento lettore già rintraccerebbe di sopra nell’utilizzo di una frase ironica, di una parola piuttosto che un’altra e così via.
Diciamo allora che, se il rapporto padre-figlio, o la figura del padre in quanto archetipo vi interessa, se tra cinema e pizza per la vostra serata avete scelto il cinema, e se volete dare una chance a Bird, allora difficilmente rimarrete delusi…
C’è anche, però, la possibilità che v’attragga maggiormente Paternal Leave, e, in tal caso, a riprenotare il tavolo in pizzeria si fa sempre in tempo.
Articolo di Federico Di Renzo
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